Auguri Portoferraiesi
Ancora per i portoferraiesi
Ci perdonerà il sindaco di Portoferraio, ma le dichiarazioni fatte in Consiglio e riportate dalla stampa ci paiono proprio avventate. Anzi preoccupanti. L’idea di rinunciare a governare e andare a nuove elezioni pur di non dover trovare un accordo con il Partito della Rifondazione Comunista appare un po’ assurda e un po’ sospetta, e finisce per accreditare le accuse buttate là dal consigliere di quel partito, Palmieri, sui condizionamenti della Giunta e del Sindaco. Rifondazione fa il suo mestiere, interpretando il suo ruolo di coscienza critica in una compagine politica che ritiene moderata: lo ha dichiarato in anticipo, con queste premesse è entrata in una Maggioranza che le piace almeno quanto lei stessa piace alla Maggioranza, non è sensato pensare che avrebbe rinunciato a quel ruolo per aver avuto un assessorato e tre o quattro altri posti. Lo fa come sa e come può: può essere più o meno gradevole (e si ingegna di solito d’esserlo il meno possibile), ma non è certo cosa sorprendente.
La componente di maggioranza della Maggioranza sembra nutrire da prima delle elezioni desideri di rivincita (o di vendetta) nei confronti di Rifondazione, che puntualmente quanto ingenuamente emergono per bocca del consigliere Scelza, che a suo tempo fu la vittima principale degli attacchi che ancora oggi aleggiano nelle parole del consigliere Palmieri. Ma la diatriba personale offusca soltanto una diversa visione della politica amministrativa e una diversità profonda delle rispettive basi (o di quelle che sono ritenute le rispettive basi), come avviene anche a livello nazionale. Converrebbe che i Democratici di Sinistra si adeguassero al proverbio secondo il quale la vendetta è un piatto che va gustato freddo (forse perché se no ci si brucia).
Tanto il Sindaco quanto la componente maggioritaria della sua Maggioranza dovrebbero ben sapere come siano modeste le possibilità di una vittoria elettorale futura, specialmente dopo una chiusura della presente esperienza amministrativa così sofferta e in certo modo violenta. Se si avviano alteri verso una soluzione di tal genere, non si può non essere indotti nella tentazione di pensare che le pressioni della loro base in tale direzione siano assai forti, anche senza il bisogno di scomodare cappucci e compassi (la Massoneria, del resto, è con ogni evidenza una lobby, e non pare nasconderlo, almeno nella pratica; e questo non è di per sé illegale), o innominate centrali di poteri occulti. Però le conseguenze a catena di tale avventura (le nuove elezioni) sono immediate e pesanti, dalla Comunità Montana agli Enti intercomunali, alle Società Partecipate, ecc.; e questo certamente non sfugge a nessuno: il che sembrerebbe confermare l’importanza delle pressioni esercitate. La prospettiva immaginata è quella di un futuro governo che riunisca tutte le forze moderate (PD, SDI, UDC, UDEUR, e frange di AN e di Forza Italia) in una sperimentazione di ‘maggioranza allargata’ o di ‘ grosse koalition’ de noantri, modello per un radioso futuro in campo nazionale? In questo caso, le pressioni potrebbero anche venire dall’alto, fuori di qui, come si potrebbe arguire da certe ‘proposte indecenti’ di candidature prospettate.
Il Partito della Rifondazione Comunista va per la sua strada. E’ un modo collaudato di far politica, stando sempre ‘contro’, più da opposizione che da governo. Era sembrato che la partecipazione a “Portoferraio Domani” potesse significare un superamento di tale inclinazione, ma ‘quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare’. Non abbiamo elementi per valutare le ragioni rispettive delle due posizioni in campo. Sappiamo solo con buona certezza che il futuro è molto oscuro.
E’ in gran parte affidato alle capacità del terzo agonista, “L’Isola e la Città”. Se la sua presenza sulla scena è stata davvero determinata dalla volontà di rinnovare le dinamiche della politica, ora è il momento di inventare davvero il nuovo. Dovrebbero trovarsi, raccogliersi, discutere, elaborare, chiamare la loro base, farsi sentire, far sentire la loro indisponibilità a entrare nei giochini noti. Ne avranno capacità? Avranno la forza di impedire che si proceda per colpi di mano suicidi? Avranno la capacità di imporre i loro tempi, per venire fuori con proposte da contrapporre agli sterili scenari che si prospettano attualmente? David aveva davanti Golia e lo sconfisse; ora i Golia sono due, e metterli in terra entrambi è più difficile. Ma è l’unica strada percorribile.
Intanto il Marchetti ci dirà che non ci sono più le mezze stagioni, che l’acqua cheta rovina i ponti, che la gatta per la fretta fece i gattini ciechi, che rosso di sera buon tempo si spera, che in democrazia decidono le maggioranze. Pazienza. Se esistono i poteri forti è perché i partiti sono deboli.
Per Marchetti
Per carità! E’ bono, bravo, onesto come la madonna, generoso, altruista, idealista, fedele alla causa. Tutto. Un altro, al posto suo, sarebbe andato a Montenero a cantare il ‘Magnificat’, e si sarebbe ritirato in estasi. Invece, quando gli hanno proposto di fare il Segretario DS dell’Elba, non ha saputo imporre il proprio diniego (siamo sicuri che subito ha rifiutato), non ha saputo dire “Badate che poi parlo, badate che poi scrivo!”. E’ diventato segretario, e parla e soprattutto scrive. Sempre. Di tutto.
Stamani ci delizia con un intervento di teoria delle Istituzioni, condito con argute incursioni nella politica nostrana.
“D’altra parte – dice il segretario diessino - la legge dà ai cittadini il potere di votare il loro sindaco scegliendolo fra candidati e programmi alternativi, così come dà ai sindaci la prerogativa di nominare i propri assessori i quali hanno il compito di attuare il programma e agire con il sindaco in base agli indirizzi generali di governo. Quindi, un assessore non rappresenta ‘il Partito’ bensì il sindaco con il quale deve esserci, necessariamente, un rapporto di fiducia, venuto meno questo è conveniente un cambio. Una strada diversa ci porterebbe indietro negli anni, quando tutto era deciso fra le segreterie dei partiti”. Cioè ci riporta a tre anni fa: o non glielo hanno detto al Marchetti che il sindaco di Portoferraio, certamente votato dai cittadini, lo hanno scelto a Livorno o a Firenze le segreterie dei partiti, facendo fuori altri candidati (forse meglio così, ma è un altro discorso) in un gioco di scambio che ha coinvolto quanto meno Regione, due o tre Province, una trentina di Comuni, due o trecento posti, e perfino il bibliotecario di Compiobbi (non sappiamo dov’è, ma ci piace il nome)? Non lo hanno informato che l’onorevole Lamberto Dini (guarda caso anche lui della Margherita), l’altra volta, per farlo passare, il PDS l’ha presentato a Firenze Oltrarno, dove passerebbe anche Barbablù, e c’è morto d’asfissia un monte di vecchi compagni che si so’ tappati il naso per troppo tempo? O l’Elba è diventata finalmente l’isola d’Utopia, dove il popolo sovrano sceglie i candidati e i partiti si impegnano a sostenerli senza metterci becco (senz’offesa per nessuno)? Se i sindaci avessero la forza di scegliere gli assessori da sé potrebbero anche battere i piedi e fare come gli pare. Ma a Portoferraio, anche se col sindaco battesse i piedi l’intero suo partito, farebbero meno rumore di Fred Astaire e Ginger Rogers. E figuriamoci a Capoliveri.
Sveglia, Marchetti. I sindaci di coalizioni (anche complicate) nominano,sì, gli assessori; ma su designazione dei partiti; e per revocarli bisogna che siano d’accordo i partiti medesimi. Se no vanno tutti a casa. Soddisfatti d’aver difeso le proprie prerogative, ma venuti meno al patto vero stabilito con il popolo elettore, che sceglie un’Amministrazione col Sindaco designato dalle segreterie dei partiti. Almeno per ora.
“D’altra parte la sinistra è sempre stata per la difesa dei poteri e delle autonomie locali. Questa è una bandiera che non intendiamo ammainare perché fa parte del nostro modo
di intercettare, e quindi risolvere, i bisogni della gente”: e a queste parole il bimbo s’addormentò. Bacino, e via.
O non era meglio Lenin?
Torniamo brevemente sul cartello dello ‘scooter’ di Procchio, per aggiungere alle dotte osservazioni linguistiche dell’“A sciambere” odierno di “Elbareport” due altre considerazioni.
Innanzitutto vorremmo notare l’ammirabile correttezza grammaticale del testo, la sinteticità, l’efficacia espressiva. Il tutto ancor più lodevole stante la manifesta (e comprensibile) condizione emotiva dello scrivente, col quale siamo solidali. Se ne desume un certo grado di scolarizzazione, una proficua frequentazione scolastica, un consolidato possesso della lingua. Se l’autore è elbano sembrerebbe un buon segno per la tanto denigrata scuola nostrana.
Sotto il profilo ideologico, tuttavia, ci chiediamo che legame può intercorrere fra la pratica dello spostare motocicli e la pratica professionale e (sembra di capire) esistenziale attribuita o attribuibile alla genitrice di chi compia tale atto. Ci sembra di poter osservare che, essendo quella professione solitamente e idealmente connessa con figure femminili giovani e avvenenti, difficilmente si può ipotizzare che un loro figlio sia in età da spostare uno ‘scooter’. Peraltro, essendo la pratica di spostare motori e motorini, specie se parcheggiati impropriamente, assai diffusa, e al contrario (almeno per quel che ci consta) modesta la presenza sul territorio di operatrici del piacere prezzolato, si dovrebbe dedurre che l’eventuale figlio (giovanissimo) di una o due di esse dedichi le intere sue giornate a spostare mezzi a due ruote in tutta l’Isola.
Della improbabilità statistica ora rilevata deve essersi accorto anche l’estensore del proclama-sfida, che alla fine corregge (e amplia) lo spettro di possibilità: quel termine “bastardo”, pur riferendosi sempre all’idea di una madre non perfettamente fedele al suo proprio sposo, non esclude che il figlio sia frutto di un isolata “distrazione” della donna, che vorremmo almeno generata da un intenso amore. Il che, oltre a estendere moltissimo il numero dei potenziali candidati all’incriminazione per spostamento di ‘scooter’ (mater sempre certa, pater incertus, dicevano i latini), attenua fortemente l’abiezione connessa all’attributo.
Va poi considerata una distinzione non irrilevante: il drastico giudizio riguarda ‘tout-court’ gli spostatori di ‘scooter’, o solo quelli che causano danni allo sterzo? Perché se il caso di specie è il secondo, si riducono assai le ipotesi di reato, e corrispondentemente anche la diffusione di immoralità e/o infedeltà delle madri (il che ci solleverebbe, avendo noi talvolta spostato dei motorini curando bene di non danneggiarli per far posto al nostro cavallo ma, ed essendo pieni di amore incondizionato e ammirato per la nostra mamma).
Infine, ed è il punto più delicato: la corrispondenza stabilita fra la presunta debolezza morale della madre e l’attitudine a spostare motorini dei figli intende costituire (come speriamo) un’attenuante per questi ultimi (la consapevolezza delle colpe della madre li induce a compiere gesti che, ponendo anche loro fra i colpevoli, finiscono per sminuire la colpevolezza della genitrice: della serie, mal comune…), ovvero al contrario un’aggravante, quasi si volesse asserire che da una madre ritenuta degenere non può che derivare ai figli per generazioni e generazioni il peso e la pena di una colpa commessa da altri? Il questo caso ci troveremmo di fronte a una volontà di emarginazione gravissima, peraltro fondata su un atteggiamento spiccatamente antifemminista: quando vedremo finalmente un cartello con scritto “per quel figlio di evasore di IVA (o insidiatore di femmine dissenzienti, o pescatore di frodo) che martedì mi ha spostato ecc.”? E, in ogni caso, perché presumere che l’incolpevole evenienza di avere una madre professionista del sesso o comunque di tenue fedeltà identifichi un indizio di colpevolezza nello spostare motorini? Non è anche questa una gratuita forma di razzismo di tipo leghista alla Gentilini, ribadita dalla presunta ereditarietà della tabe, visto che in chiusura si ipotizza che anche la mamma puttana è a sua volta bastarda?
Insomma, non si poteva scrivere semplicemente: “x chi martedì pomeriggio mi ha spostato lo scooter rompendo lo sterzo: è pregato di mettersi in contato con me per stabilire una transazione di risarcimento”. Era l’unica, remota possibilità che l’autore del misfatto si facesse vivo: in quel caso si poteva rientrare in tutto o in parte del danno subito, o alla peggio tirargli una puntata.
Dopo questa acuta analisi, che ne dite: siamo pronti per “scendere in campo” nella Sinistra Radicale?
‘sti portoferraiesi
Come era bello quando di fronte a una tragedia improvvisa, a una pestilenza, a un amore finito, si poteva guardare nei fondi del caffè, o al volo degli uccelli, o interrogare i tarocchi, e trovare una spiegazione qualsiasi, ma rassicurante, confortante, consolante. Oggi, per esempio, di fronte al suicidio collettivo della maggioranza portoferraiese, ci sarebbe voluto nulla a dire: “Hai visto le balene in porto di qualche settimana fa? Era un segno premonitore: voleva di’ che anche le nostre balene politiche stavano perdendo la via, e presto si sarebbero arenate tutte sulla spiaggia delle Ghiaie, e tu volessi buttargli l’acqua diaccia addosso per non farle disidratare, e chiamare la goletta di Green Peace (colpo di ‘ulo, è anche in porto!) per riportarle a largo e farle rimettere in cammino per la su’ strada. Si doveva capi’ da allora”.
Invece, intelligenti e razionali come siamo diventati, di questo giro “a chi fa meno” un ci si capisce un bel nulla. Forse non si sa tutto, e colle spiegazioni nuove che il Peria ci promette ci si vedrà un po’ più chiaro (perché dai comunicati pubblicati Rifondazione, ci dispiace dirlo, ma ha ragione da vende’). Forse la visita di Rutelli ha portato male (secondo noi sia lui che, di più, la Palombelli quando passano bisogna toccassi), o forse u’ bello guaglione ha suggerito al Sindaco di far fuori i pericolosi rivoluzionari che tanti fastidi procurano alla difficile gestazione del PD. Forse ancora la visita di accompagnamento alle residenze napoleoniche e il conseguente entusiasmo per il Grande Corso hanno fatto credere a Peria che la Giunta fosse cosa sua, fosse un problema della sua fiducia personale per un assessore o per l’altro, venendo a mancare la quale il deludente collaboratore viene mandato a casa senza neanche gli otto giorni (o crede, il Peria, che noi popolo elettore ci s’abbia tutta ‘sta fiducia per tutti e singoli i membri della Giunta, e che non si sia costretti a ripuppassi qualcuno reprimendo il forte desiderio di vederlo andare, diciamo così, alla su’ casa?) e non pensa che di quello che riguarda la simpatia fra lui e il Palmieri non ce ne potrebbe frega’ di meno, ma l’assessorato riguarda i suoi elettori e gli elettori del Palmieri, e il patto stabilito anche con una certa fatica e qualche ripugnanza forse vicendevole fra gli uni e gli altri; e le persone (salvo il caso che il Sindaco non abbia trovato l’Assessore mentre rubava nella cassetta delle elemosine in chiesa, ma allora è roba da carabinieri) c’entrano poco e nulla: se no Prodi avrebbe dovuto fa’ fòri mezzo governo (o forse tutto), come faceva Berlusconi quando qualcuno gli rompeva… (la rima fatela voi). Notoriamente non violenti, in questi casi suggeriamo ai contendenti di andare coll’Ovovia in cima al Capanne, farsi una bella scazzottata, e tornassene giù belli rilassati, senza mette nel mezzo voti, speranze e magari illusioni di tanta altra gente.
Come se ne sorte? Male. Ha ragione Fioroni: in Italia i ragazzi non sanno la matematica. Se il Peria sapesse contare fino a ventuno starebbe parecchio più calmo. Bene bene che gli vada resta con undici voti contro dieci (ma il Gragnoli pare parecchio agitato). E tirare avanti due anni dovendo pensa’ a rincalzare le coperte a tutti i consiglieri di maggioranza perché un piglino freddo e non manchino in Consiglio è un lavorone lavorone lavorone. O pensa il lieto Peria di vincere torna se si va a votare “al mezzo termine”? Non riesce neanche a Bush, che forse non è più vispo ma ha tanti più mezzi. O pensa già alle “larghe intese”, imbarcando Nurra e Novaro (ma poi so’ tredici, e porta male).
E Palmieri, vòle proprio fa’ l’Achille sotto la tenda? E se poi gli casca addosso, insieme alla Comunità Montana, all’ESA, all’ATO, all’UFO, alla RAF e alla BBC? Certo la revoca della delega non semplifica le cose, e se prima di fa’ cazzate si contasse fino a dieci (che è più facile che ventuno, perché sono le dita delle mani) non ci si troverebbe nei casini in questo modo. Stiamo a vedere. Se continuano a fa’ casino si pigliano tutti e si buttano in darsena: poi si chiama i bambini e i giornali e gli si racconta che so’ balene che hanno perso l’orientamento.
La Primula Russa (noi no)
Bocciati
Quest’anno a Portoferraio tira davvero un’ariaccia. Prima i venti bocciati alle scuole, ora la bocciatura della Minoranza consiliare, senza appello e senza neanche il rispetto della ‘privacy’, pubblicata sui manifesti come nel Far West.
E anche in questo caso viene da domandarsi se il Sindaco e la maggioranza possono certificare di aver fatto tutto quanto era in loro potere per conseguire risultati positivi, se hanno considerato le condizioni soggettive e oggettive dei singoli Consiglieri di Minoranza prima di bocciarli, se hanno coinvolto le famiglie e la ASL, se hanno messo in atto interventi di recupero interno, se hanno provato a lavorarci collegialmente per vedere se si riusciva a fare qualcosa.
Certo, è la solita storia: si tratta di ragazzi ‘difficili’, alcuni ripetenti e pluriripetenti (Chiari, Fuochi, Bertucci, Giardini), alcuni bocciati che hanno tentato di recuperare (Nurra), altri che avrebbero potuto anche lavorare bene (Meloni, Marini), ma si sono messi a frequentare brutte compagnie (Lanera). Certo disturbano, chiacchierano, si vede benissimo che cercano di far perdere tempo anche a quelli che hanno voglia di lavorare. Certo è un problema trovare il modo per fare breccia nella loro apparente indifferenza, nella corazza difensiva del loro voler essere contro, nel muro dell’ostentato disinteresse (così disperante!) per qualunque proposta venga loro fatta. Ma è proprio questo il mestiere: recuperare gli impossibili, e mettere a frutto anche la loro intelligenza (quale e quanta essa sia) per tutta la società. Farlo spesso senza l’aiuto delle famiglie (i ‘nostri’ sono tutti maggiorenni, e se le famiglie non sono riuscite a far mettere loro il capo alla via fino a ora, è sempre più difficile che possano farlo da qui in avanti). Ma il Sindaco e la Maggioranza hanno il dovere di tentare lo stesso, di non rinunciare a stabilire un dialogo operativo, di lanciare continuamente nuovi ponti.
La bocciatura è brutta, è conclusiva, è disperata. Dai discoli ci si aspetta un comportamento non corretto, ma dai saggi non si accettano chiusure di stanchezza o peggio volontà di esclusione. Almeno il tentativo ultimo di organizzare un recupero estivo, ripianando qualche debito, seguiti singolarmente (si sa che quando fanno branco sono terribili!) con programmi individualizzati, o magari personalizzati, con l’assistenza di qualche esperto esterno…
Ma Chiari bocciato chi lo recupera più; e Fuochi ha già detto che vuole smettere; e Nurra come la piglierà? Signor Sindaco, signora Maggioranza, la bocciatura è sempre una dichiarazione di fallimento.
Scherzi a parte ... La scuola è una cosa seria
Caro Direttore (di Elbareport, naturalmente),
ci pare proprio che il dotto(r) (non sappiamo se sia medico; forse è sapiente) G. Paolo Soria sia stato ingeneroso nel paragonare l’assessore Palmieri a Napoleone. Come si dice da noi, Egli ha molto più coraggio di Napoleone. Infatti, senza esitazione né tremore alcuno di voce, proprio ora, nell’ambito di un dibattito incentrato su un numero che a molti è apparso spropositato di bocciature alla ‘media’ di Portoferraio (all’Istituto Comprensivo “Pascoli” di Portoferraio, per i puristi), ha richiamato quanto “scuola e istituzioni stiano facendo con costanza e puntualità sul tema della dispersione scolastica (e quindi del disagio e dell'insuccesso) <…>. Provincia e Comuni elbani stanno impegnandosi come non mai (anche finanziariamente) all'interno dell'organismo cui la legge regionale affida questi specifici compiti, la Conferenza zonale per l'istruzione, organismo aperto e di partecipazione che dalla sua costituzione ha visto mancare il numero legale in una soltanto delle tante sedute convocate, molte delle quali dedicate proprio alla dispersione”.
Ora è noto e accertato che la causa immediata della dispersione (e quindi del disagio e dell’insuccesso) è proprio la bocciatura; in tal senso la dichiarazione di Palmieri (una delle più ‘alte’ autorità isolane) è una vera e propria “confessione”; e la responsabilità rivendicata alla sua Conferenza dei progressi locali in ordine alla dispersione, così ben testimoniati dall’andamento del presente anno scolastico, costituisce un vero e proprio ‘unicum’ di fronte alla tendenza diffusa fra i politici a scaricare sugli altri i propri errori. Lui no. Ecco il coraggio sublime: egli offre spontaneamente il petto ai colpi del nemico, non ritrae la mano, non nasconde la pistola fumante.
Certo la conclusione del Presidente della Conferenza zonale qualche preoccupazione ce la desta: “Noi dei Comuni, della Regione e della Provincia ma soprattutto la vostra scuola, continueremo a lavorare, bene o male, con voi e per voi”. La promessa non è rassicurante, anzi sembra quasi una minaccia. Il dottor Coscarella potrebbe dire che è una manifestazione di bullismo. In attesa che intervenga l’équipe sociosanitaria, prudentemente vorremmo ri-rivolgere al presidente Palmieri e alla sua Conferenza l’invito dal lui formulato: “Andate al mare”. E, come diceva il prof. Borzacchini del “Vernacoliere”, quegli euri, se li dovete spende’ con cotali successi, “pipateveli di ponci”.
P. S.
Presidente Palmieri, è su scherzi a parte.
Ci spieghiamo, perché non vorremmo alimentare il qualunquismo già fiorentissimo. Abbiamo solo voluto sdrammatizzare un po’ un dibattito che strava prendendo toni aspri. Non che il tema non meriti gravità, ma la levità dei toni aiuta la comprensione e il progredire della conoscenza.
E’ ovvio che crediamo utilissimo il lavoro della Conferenza per l’Istruzione. Al punto che consideriamo il caso “Pascoli” come in qualche modo derivato da quel lavoro. Le bocciature ci paiono essere la risposta di una parte del mondo della scuola (e non certo della sola scuola “Pascoli”) a quello che viene percepito come un attacco all’ultimo baluardo del prestigio di una professione, il far scuola, che la società civile e il governo della politica hanno voluto umiliare (bassi stipendi, precariato, pendolarismo e tutto quel che si sa); la scuola ‘giudicante’, la scuola dell’ordine e della disciplina, la scuola della selezione stanno nella mente di molti insegnanti come di molte famiglie e di molti cittadini che credono che per risolvere i problemi sia sufficiente spostarli più in là (“saprei io come fare con i drogati: li metterei tutti al muro, e non darebbero più noia”: e si può sostituire a “drogati” il termine “clandestini”, “extracomunitari”, “rapinatori”, “sequestratori” e praticamente ogni articolo del codice ci dà un termine nuovo); così il ragazzo “svogliato”, il “confusionario (ora subito “bullo”)”, il “violento” ecc.: si spostano fuori della portata della vista, e “la pancia non c’è più”, come diceva un vecchio “Carosello”. Allora chi, come la Conferenza da lei presieduta, si adopera per affrontare i problemi e avviarli a soluzione, diviene l’ingenuo idealista che finisce per impedire di lavorare; e prima che prenda troppo campo, diamo subito un segnale forte in senso contrario, così tutti sanno che esiste un’altra scuola, una scuola “seria”, dove si lavora e si premia e si punisce. E chi non ci sta, via.
La scuola è ahinoi spesso lo specchio della società, e la società è scivolata drammaticamente, negli ultimi anni, verso la semplificazione che fa dedicare a “La Repubblica” pagine intere in questi giorni per affrontare il tema del diffuso bisogno dell’“uomo forte” che va manifestandosi nella nostra società. La scuola che sta dietro le bocciature della “Pascoli” e le tante altre risparmiate in altre scuole per minor piglio è la scuola del ministro Moratti, dell’ora sindaco Moratti, è la scuola modello San Patrignano dove se non è possibile altro si costringono i giovani a abbandonare la droga anche con mezzi di dubbia liceità (e in sé di nulla efficacia). E’ il fascino del “ghe pensi mi”, con i corollari del paternalismo e dell’arrangiarsi.
Le auguriamo dunque buon lavoro, presidente Palmieri. Ma lo sa da sé che non sarà una passeggiata, e la buona volontà non basterà neppure per cominciare.
A sproposito di campeggi
Confessiamo di avere un approccio ideologico: crediamo, cioè, che se in una spiaggia come Fetovaia ci vanno cinquecento persone tutte insieme, lo prendono in tasca tutti. Ricchi e poveri, e alla lunga anche gli albergatori. Figuriamoci se ce ne vanno mille o più. Vogliamo dire che se si tratta di godere di un mare incantevole in un ambiente incantevole, bisogna che ci sia un numero di persone misurato. Se no, né il mare, né la spiaggia, né lo stare possono corrispondere al desiderio e al prezzo pagato. Il punto è solo questo.
Non è questione di turismo di massa o d’élite. E’ questione di quel che si cerca e di quel che si trova: se uno vuole andare in un posto famoso, e avere d’intorno tanta gente e divertirsi, ci sono tantissimi posti in Italia e nel mondo. L’Elba non può andare bene per questo; offre altro, e questo altro richiede numeri contenuti. Per i campeggi e i Camper ci vogliono estensioni grandi, e la costa di fronte all’Elba può andare benissimo. Da noi si può e si deve fare un turismo diverso, di alta qualità come di alta qualità è il territorio, e questo vuol dire offrire servizi idonei e completi, e avere ricadute occupazionali di qualità.
Questo pensavamo. Ma la nota del “Gruppo gestori campeggi Elba” ci ha messo in crisi. Apprendiamo che una dislocazione dei campeggi sulla costa continentale “significherebbe la cancellazione di migliaia di aziende e di decine di migliaia di posti di lavoro, con una perdita di beneficio netto sociale (cioè con un impoverimento) inaudita”. Budello ‘ane (come diceva Lord Brummel). E noi che si pensava che i campeggi all’Elba fossero in tutto una cinquantina, e che ci lavorasse un qualche cento di persone. “Migliaia di aziende, decine di migliaia di posti di lavoro”! Oddìo, intanto se davvero tutto questo personale, fra impresari e addetti, si spostasse, si sarebbe risolto un bel po’ d’ingorgo di traffico sull’Isola. E non importerebbe che andassero in Australia: di certo a Piombino e costa circonvicina potrebbero ben trovare impiego in grandissima parte, perché decine di migliaia di operatori per le nuove imprese di camping lì non ci sono.
Sarebbe utile ricordare che il turismo all’Elba, cinquant’anni fa, è nato come turismo d’élite, e non ci s’è impoverito nessuno; anzi… C’era anche un campeggio, ma era il Club Méditerranée, che s’è spostato appena ha cominciato a esserci troppa gente. Gli ospiti si fermavano per mesi interi o per intere stagioni, e gli elbani hanno abbandonato i campi e si sono messi a lavorare nei servizi. E’ arrivato il benessere, ed è cresciuto. Ora non può più crescere, se non abbandonando il miraggio della quantità e puntando all’alta qualità. Non c’è niente da inventare; basta solo guardarsi d’intorno, e imparare da chi queste cose già le fa, e le sa fare meglio di noi.
La Primula Russa (noi no)
Le vicende che riguardano il Partito Democratico invocano quasi naturalmente la metafora della famiglia: due Partiti hanno rinunciato alla loro particolarità per fondersi in una nuova realtà alla definizione della quale ciascuno contribuisce con il proprio patrimonio genetico, dando vita a un nuovo soggetto politico che riceve da entrambi una cospicua dote di consensi e di poteri, perché continui nella strada già solcata di un progresso senza avventure, governando senza rinunciare a obiettivi di lotta. Per la verità i due consorti hanno una certa età –un’ottantina d’anni: ben portati, ma non pochi– e, come si dice, se non tiravano via…
Va detto che il matrimonio è arrivato dopo una lunga convivenza –si sono conosciuti da adolescenti e insieme hanno vissuto l’esaltante esperienza della lotta antifascista; poi si sono lasciati e ognuno ha fatto le sue esperienze, ma continuando a vedersi ogni tanto, più o meno di nascosto, in un rapporto burrascoso ma –come si dice– l’amore non è bello…; poi si sono ritrovati ormai maturi, quando è venuto a mancare drammaticamente il padre di lei, e da allora non si sono mai più separati, pur continuando a bisticciare, come accade a chi si conosce da tanto. E anche quando lei ha avuto quelle grosse difficoltà e ha dovuto chiudere l’azienda, lui non l’ha abbandonata a se stessa e non se n’è approfittato.
Certo sono stati momenti difficili: nella tragedia che si stava consumando soci e congiunti e sedicenti amici hanno preso quanto potevano e se ne sono andati, dicendo tutti che loro erano i veri eredi. Con pazienza e umiltà lei si è ristretta un po’, ma non si è accasciata e non ha perso l’antica dignità. Anche quando lo zio sacerdote, che tanto l’aveva assistita –e tanto da lei era stato assistito– ha cominciato a prendere le distanze e a guardare con interesse altre famiglie, lei ha saputo far valere la propria autonomia di giudizio e di decisione.
Anche la vita di lui era stata tutt’altro che pacifica: figli e nipoti cresciuti alla sua ombra e alla sua mensa hanno sbattuto la porta e se ne sono andati accusandolo di aver perduto il fascino un po’ rude, il coraggio e anche la semplicità degli anni della giovinezza. Del resto anche lui aveva lasciato il padre e s’era messo per conto suo, e di traverso; e s’erano fatta tanta guerra, e alla fine aveva vinto lui contro quel testardo del vecchio: ma si volevano bene, in fondo (parecchio in fondo), soprattutto dopo che se ne era andato il barbaro infiltratosi in casa del padre con i suoi amici poco rassicuranti.
Lui aveva anche fatto periodici ‘lifting’, e aveva cambiato nome tutte le volte che gli era sembrato che facilitasse la possibilità di incontrarla –e questo, naturalmente faceva imbestialire i ragazzi, che se ne andavano di casa–.
Poi il campo è stato davvero invaso dai barbari di sempre, e nella nuova resistenza ancora lui era al suo fianco: potevano contare sui gioielli di famiglia che non s’erano tutti dispersi nella bufera che l’aveva colpita a suo tempo; e lui aveva concluso qualche buon affare, e poteva vantare una certa consistenza economica. Per resistere e per ricominciare.
Allora si è cominciato a parlare di matrimonio. Anche perché il pericolo della barbarie era incombente, e i nuovi ‘doppi petti’, gli aerei, le ville e i fiumi di denaro non solo erano poco rassicuranti, ma stavano invadendo le menti e i desideri dei ragazzi, e bisognava correre ai ripari. L’ultima battaglia è stata la più dura: vinta solo perché i barbari, che sono barbari, hanno fatto il possibile per irritare il mondo, e hanno perso il consenso (più o meno provvisoriamente). Ma è bastato per riprendere fiato, e per capire che era tempo di concludere questa unione, per vedere se insieme era più facile capirsi e farsi capire –come alcuni segnali, durante le periodiche consultazioni del popolo, avevano lasciato intendere–. Uniti sarebbe stato anche più facile tenere a bada i ragazzi sempre un po’ turbolenti e volenterosi di farsi vedere e di contare. E soprattutto sarebbe aumentato il gradimento nel popolo, che non ama la confusione e l’ardimento, ma preferisce che tutto resti come sempre, o che cambi pochissimo; e già ha manifestato irritazione per la confusione fatta dai giovani in movimento perpetuo. Qualcuno avrebbe protestato, strepitato, si sarebbe dissociato: era un prezzo da pagare. Anche zio prete aveva mostrato di non gradire il matrimonio, e lo aveva detto e fatto dire in tutte le salse, cercando anche di mettere in difficoltà i nubendi, soprattutto lei. Ma alla fine ciò che era deciso è avvenuto.
Non si può mai dire se il matrimonio sia avvenuto per amore, o se lo abbiano favorito considerazioni diverse (dopo tanto flirtare, certo non è stato un matrimonio ‘di slancio’). Ma tant’è: auguri, auguri, auguri. Anche senza figli maschi. E poi non è un matrimonio consacrato, e aleggia l’ombra dei “dico”.
La vicenda ha commosso poco il nostro cuore indurito. Come nei matrimoni dei VIP, l’aspetto spettacolare e quello patrimoniale hanno finito per avere il sopravvento. C’è sembrata perfino un po’ borghese la discussione sui nobili lignaggi disconosciuti o al contrario su quelli meno nobili accolti nel proprio albero genealogico, fino a scomodare l’idea del Pantheon, come avrebbe potuto fare un signor Savoia qualunque. Da tutte le parti: da quella degli sposi o da quella degli sdegnati oppositori al matrimonio.
Se qualcosa si è capito, ci sembra che il nuovo (?) nucleo abbia il nobile programma di conservare tutto quanto è possibile, e cambiare il resto lentamente, ma lentamente, ma così lentamente che non se ne deve accorgere nessuno. Quelli che hanno abbandonato la famiglia d’origine si sono messi a rivendicare eredità ormai fatte solo di quarti di nobiltà ignorata dai più –Marx, Lenin, Mao, Togliatti, Berlinguer, Castro ecc. non sono neanche mai andati al Grande Fratello; mentre Berlusconi, Cicchitto, Iannuzzi, Costanzo ecc. ecc. il Grande Fratello lo hanno lanciato–; avrebbero potuto cogliere l’occasione per dire quello che si dovrebbe fare in modo meno fumoso e più puntuale: invece di evocare la memoria della gente crediamo sia arrivato il momento di cercare di incontrarne la sofferenza e la residua capacità di sperare. Tutto il resto è noia.
La Primula Russa (noi no)
Anche Loro sono antiamericani
Finalmente hanno gettato la maschera: ora non ce la racconteranno più che sono dei moderati, tutt’al più dei riformisti ben capaci di isolare le minoranze estremiste e populiste. Il livore antiamericano è venuto fuori senza veli, e una sola parola affiora alle labbra: tradimento.
Finora agivano nelle piazze, con manifestazioni più o meno festaiole, con mascherate, sit in e roba del genere. Sono decenni che ogni volta che hanno potuto hanno mostrato da che parte stavano: contro la guerra del Vietnam, contro le “normalizzazioni” in Cile, Nicaragua, Guatemala, Messico, Corea, Iran, Palestina, Cecenia, Afghanistan, Iraq e via andare.
Quando i politici responsabili, i veri alleati degli americani, quelli capaci di mettere a repentaglio la vita dei nostri soldati e dei nostri bilanci per testimoniare la fedeltà al popolo che ci aveva strappato dalla dominazione nazista e fascista, quando i magnati “scesi in campo” avvertivano del pericolo rappresentato da questi facinorosi, gli intellettuali finetti, le élites “con un piede nei movimenti”, gli pseudocristiani-pacifisti-a-senso-unico irridevano le preoccupazioni espresse, o passavano all’insulto greve: “Servi degli americani”.
Ora non ci sono più scuse. L’ultimo atto compiuto taglia la testa al topo. Bruto e Cassio sono tornati alla carica e, fregandosene della storia e della lealtà, della gratitudine e del rispetto, hanno affondato le lame assetate del sangue americano nel costato di chi li aveva nutriti, allevati e fatti potenti. Nessuno si può più nascondere dietro paraventi di ipocrisia, e alta si è levata la barriera fra chi sta con l’America e chi no.
Comprendiamo il dolore di Berlusconi, di Cossiga, di tutte le forze sane del Paese, di Bush. Con l’ultimo voto anche il Senato, dopo la Camera, ha dichiarato al mondo il proprio antiamericanismo.
Stiamo parlando del Senato degli Stati uniti d’America, naturalmente, che ha impegnato il governo a ritirare i soldati dall’Iraq entro un anno. E ora immaginiamo che Bush, che non ha più una maggioranza parlamentare in politica estera, debba dimettersi e mandare gli americani a nuove elezioni.